leibniz_02 i caratteri FOHI
GOTTFRIED WILHELM VON LEIBNIZ disse:
“appare quasi necessario l’invio di missionari cinesi presso di noi affinché ci insegnino l’uso e la prassi della Teologia Naturale”
… il reverendo Padre Bouvet ed io
abbiamo scoperto il senso apparentemente più vero, secondo la lettera, dei
caratteri di Fohi [Fu Xi], fondatore dell’Impero, che consitono solo nella
combinazione di linee intere e spezzate e che passano per i più antichi della
Cina, come anche per i più semplici. Ci sono 64 figure comprese nel libro
chiamato Ye Kim [I Ching], ossia il Libro delle Variazioni […] si
tratta dell’aritmetica binaria che quel grande legislatore sembra aver
posseduto e che io ho ritrovato alcune migliaia di anni dopo.
(Gottfried Wilhelm von Leibniz in una lettera a Nicole de Redmond del 1715, in riferimento alla “Ruota di Fu Xi” riportata in fondo all’articolo.)
… che ben presto noi saremo inferiori
ai cinesi in ogni campo: certo non dico ciò perché io invidi loro questa nuova
luce, anzi piuttosto me ne rallegro, ma perché bisogna che noi a nostra volta
desideriamo apprendere da essi quelle cose che finora potrebbero risultare più
vantaggiose per noi, in particolare l’uso della filosofia pratica ed un genere
di vita più onesto, per non dire ora di altre loro arti. Certamente mi sembra
che la nostra condizione, dato che le corruzioni si stanno diffondendo
smisuratamente, è tale da apparire quasi necessario l’invio di missionari
cinesi presso di noi affinché ci insegnino l’uso e la prassi della Teologia
Naturale, come noi inviamo loro i nostri Missionari a insegnare la Teologia
della Rivelazione. Pertanto io credo che, se fosse stato scelto qualche
sapiente capace di giudicare non la bellezza delle Dee ma l’eccellenza dei
popoli darebbe l’aureo pomo ai cinesi.
(Gottfried Wilhelm von Leibniz nella prefazione a “Novissima Sinica” di Giuseppe Suario nel 1697)
JOSEPH NEEDHAM
21/12/2011
La nostra comune aritmetica ha per base 10, e l’aggiunta di uno zero all’ultima
posizione intera moltiplica il numero per 10. Ma quest’uso è puramente
arbitrario. L’aritmetica avrebbe potuto avere per base il 12, nel qual caso le
divisioni per tre o per quattro non avrebbero comportato frazioni di numeri
interi. Alcune proprietà dei numeri sono fondamentali in ogni sistema, mentre
altre dipendono dalla base arbitrariamente scelta. Per esempio, il fatto che,
sommando insieme numeri dispari, si abbia la serie dei quadrati, si
verificherebbe comunque, indipendentemente dalla base scelta. Ma che tutti i
multipli di 9 siano cifre che, una volta sommate, danno 9 non è una proprietà
fondamentale e deriva semplicemente dal fatto che il 9 è il penultimo numero
nella serie di base arbitrariamente scelta. A Leibniz venne in
mente che sarebbe stata possibile e forse anche utile un’aritmetica avente come
base il 2; in quest’aritmetica “binaria” o “diadica”, uno
zero aggiunto a qualsiasi numero avrebbe avuto la proprietà di moltiplicarlo
soltanto per 2, proprio come nella comune aritmetica lo moltiplica per 10.

I numeri verrebbero pertanto rappresentati nel modo seguente:
1=1; 2=10; 3=11; 4=100; 5=101; 6=110; 7=111; 8=1000; 9=1001; 10=1010; 11=1011;
12=1100; 13=1101; 14=1110; 15=1111; …
La prima descrizione di questo sistema apparve nel 1703, in un saggio dal
titolo “Explication de l’Arithmétique
Binaire”. Ma il sottotitolo prosegue così: “…qui se sert des seuls caracteres 0 e 1, avec des remarques sur son
utilité et sur ce qu’elle donne le sens des anciennes figures chinoises de Fohy
[Fu Xi]“. (…) Era
avvenuto che Leibniz s’era messo in contatto con un missionario gesuita in
Cina, Joachim Bouvet, il quale era particolarmente interessato
al Libro dei Mutamenti, e col quale Leibniz intrattenne una lunga
corrispondenza, dal 1697 al 1702. La scoperta che gli esagrammi dell’I
Ching potevano essere interpretati come un’altra maniera di scrivere
numeri, secondo il sistema binario, se si fossero prese le linee continue (Yang
hsiao) per rappresentare l’1, e le linee spezzate (Yin hsiao) per rappresentare
lo 0, pare sia stata inizialmente un’idea di Bouvet piuttosto che di Leibniz.
Bouvet aveva attirato l’attenzione di Leibniz sul Libro dei Mutamenti nel 1698,
ma fu solo nell’aprile del 1701, quando Leibniz gli mandò la tavola dei suoi
numeri binari, che l’identità con gli esagrammi fu realmente compresa, e nel
novembre dello stesso anno Bouvet spedì a Leibniz due completi diagrammi delle
serie. Uno di questi era la “tavola di separazione” […], l’altra una combinazione
formata da un quadrato e da un circolo [vedi l’immagine della disposizione
degli esagrammi di Fu Xi al fondo dell’articolo].
[…] Non senza ragione, Leibniz si stupì di trovare la sua numerazione binaria
impiegata per una serie di numerali da 63 a 0 negli esagrammi del Libro dei
Mutamenti, che ai suoi tempi si riteneva unanimemente risalissero per lo meno al
II millennio. Egli continuò a dissertare per il resto della sua vita sulla
scoperta che aveva effettuato congiuntamente a Bouvet, come si può vedere, ad
esempio, alla fine di una sua lunga lettera del 1716 sulla filosofia cinese,
nella quale la sezione quarta è intitolata “Des Caractères dont Fohi, Fondateur de l’Empire Chinois, s’est servi
dans ses Ecrits, et de l’Arithmétique Binaire“; la scoperta continuò a
suscitare interesse nel XVIII secolo, come attesta la pubblicazione fattane
da Haupt nel 1753.
Ma il punto di reale interesse per la storia della Scienza, è vedere il
significato, se ve n’è uno, che riveste questa vicenda. “Il fatto che due
menti speculative, – scrive H. Wilhelm – “a distanza di sei
secoli e mezzo, a estremi opposti della Terra, e partendo da basi completamente
differenti, siano potute pervenire allo stesso schema ordinativo è veramente
sorprendente. Non si può fare a meno di pensare che la coincidenza non fu
accidentale e che entrambi i sistemi poggiano in qualche modo sulla stessa base
naturale”.
Waley, che a quel tempo (1921) credeva che gli esagrammi risalissero a un’antichità molto remota, avanzò l’idea che la scoperta di Leibniz implicasse una certa qual conoscenza, da parte dei Cinesi, dello zero e del valore posizionale assai prima dell’anno 1000. Nonostante le critiche di Pelliot, Olsvanger(che continua ad accogliere impossibili datazioni leggendarie), resta del parere, nella sua riscoperta, a quanto pare indipendente, dell’aritmetica binaria degli esagrammi, che essi racchiudano il concetto del valore di posizione e dello zero.
Tali proposte dovrebbero naturalmente essere scartate. Gli uomini che
inventarono gli esagrammi si preoccuparono semplicemente di formare tutte le
permutazioni e combinazioni possibili da due elementi di base, le asticciole
lunghe e quelle corte. Una volta formate queste, era ovvio che apparissero
possibili parecchie combinazioni ugualmente logiche, e infatti due di esse
giunsero ad acquisire grande rilevanza, benché altre ve ne fossero che si
sarebbero potute escogitare senza alcuna difficoltà. Il principale difetto che
inferisce all’attribuzione di significati matematici agli esagrammi, sta nel
fatto che niente esulava maggiormente dal pensiero degli antichi esperti dell’I
Ching di un qualsiasi tipo di calcolo quantitativo, come ha esaurientemente
dimostrato Granet. Si potrebbe pensare che i divinatori, in quanto
lavoravano sulle “mutazioni” degli esagrammi, sostituendo linee
spezzate a linee intere e viceversa, eseguissero semplici operazioni di
aritmetica binaria, sennonché essi di certo le eseguirono senza comprenderle.
Indubbiamente si deve pretendere che ogni invenzione, sia essa matematica o
meccanica, venga fatta coscientemente e si prefigga un obiettivo utile. Quindi,
se gli indovini dell’I Ching non erano consapevoli dell’aritmetica binaria e
non ne fecero alcun uso, la scoperta di Leibniz e Bouvet starebbe solo a
significare che il sistema di ordine astratto incorporato nella versione
che Shao Yung [Shao Yong] diede dell’I Ching coincide
casualmente col sistema di ordine astratto inerente all’aritmetica binaria. E
non ci deve trattenere la convinzione espressa da Leibniz e da Bouvet che Dio
avrebbe ispirato Fu-Shi a collocarlo proprio là. Recentemente Barde ha avanzato
un’ipotesi più plausibile. Egli ritiene che le linee dei kua fossero connesse
non tanto con le asticciole lunghe e corte usate per la divinazione, quanto con
le bacchette da calcolo che i Cinesi certamente usavano sin da epoca remota. I
simboli sarebbero pertanto derivati dai procedimenti connessi con l’uso di una
aritmetica in base 5, nella quale le linee incerte o spezzate sarebbero state
bacchette con valore 1, mentre le linee forti o intere sarebbero state
bacchette con valore 5. Che aritmetiche in base 5 siano esistite presso popoli
primitivi è un fatto ben noto agli antropologi.
Potrebbe non essere privo di significato il fatto che i primi cinque numerali
cinesi siano, e siano stati, di forma somigliante a bacchette; mentre nei
numerali romani vi è una chiara sopravvivenza dell’aritmetica in base 5, dal
momento che 6 è 5(+)1, 7 è 5(+)2, ecc. Una forma antica di moltiplicazione,
prima della costruzione della tavola di moltiplicazione in base 10, avrebbe
avuto bisogno della memorizzazione di certi numeri: 25 (la somma dei primi
cinque numeri dispari 1+3+5+7+9), 144 (i primi sei numeri dispari, ciascuno
moltiplicato per quattro), e 180 (i primi sei numeri dispari ciascuno
moltiplicato per cinque). Questi sono precisamente i numeri che risaltano
maggiormente nella Grande Appendice dell’I Ching. Se siamo sulla pista giusta,
i simboli magico divinatori avrebbero potuto essere una degenerazione di una
forma molto antica di aritmetica. Ne discende come corollario che gli esagrammi
sarebbero stati un prodotto della fase iniziale e i trigrammi un prodotto successivo
del pensiero analitico; Barde ha radunato testimonianze
sinologiche a dimostrazione del fatto che le cose stavano esattamente
così.
(Tratto da Joseph Needham, “Scienza e civiltà in Cina”, citato
da http://www.cicap.org/emilia/bol/7cina.htm)

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